Il buonsenso ha sempre ragione?

Il buonsenso ha sempre ragione?

“Una persona di buonsenso”; “è solo una questione di buonsenso”; “fatti guidare dal buonsenso”…
Potremmo continuare a lungo: sta di fatto che il buonsenso ha un’importanza di di primo piano nella nostra vita.
Non sempre però il buonsenso funziona. Con persone che hanno disturbi psichici, a volte agire seguendo la logica del buonsenso non solo non risolve ma può anche peggiorare le cose.

agire con buonsenso?

 

Quando il buonsenso fallisce
Faccio un esempio: di fronte a una persona depressa che esprime idee negative su di sé, che si considera fallita, il buonsenso ci spinge ad incoraggiarla, a dirle che che non va poi così male e che deve reagire, darsi una mossa.

L’incapacità di reagire è però una caratteristica tipica della depressione. Spingerla a darsi una mossa è come invitare a correre una persona con una gamba ingessata. Anche se vorrebbe, non può. Nel migliore dei casi, il sostegno e l’incoraggiamento cadono nel vuoto, nel peggiore acuiscono i sensi di colpa e l’autosvalutazione presenti nel depresso.

Andare contro il buonsenso
Meglio sarebbe accettare lo stato in cui si trova la persona sofferente senza contraddirla, senza pretendere che si senta diversa e che faccia quello che non riesce a fare.

Secondo alcune scuole di psicoterapia è importante capire quali tentativi di soluzione, che non sono serviti, sono stati messi in atto dal paziente stesso, dagli amici e parenti o da altri terapeuti. Questo perché le strategie che in passato non hanno funzionato, spesso non solo non hanno portato a risultati positivi, ma possono rinforzare il problema.


Un altro esempio
Ci sono casi in cui un paziente si rifiuta di uscire se non insieme a qualcuno di sua fiducia che di solito si presta ad assecondare questa richiesta. L’aiuto di un altro non solo non risolve il problema della paura, ma lo rinforza perché conferma nel paziente l’idea di non farcela da solo. In questo caso quello che appare come un semplice intervento di buonsenso: accompagnare la persona che ha paura, non fa altro che aggravare il problema.

La terapia deve in questo caso muoversi nella direzione opposta a quello che viene percepito come buonsenso e agire con modalità che possono sembrare assurde. Ovvero bisogna prima di tutto abbandonare le soluzioni che non risolvono e poi seguire strade spesso opposte.

Ritornando all’esempio del depresso, si può “prescrivere il sintomo”. Si etichetta la sua condizione come una malattia che gli impedisce di reagire. Più si sforza, più si sente in colpa perché non riesce, più si deprime in un circolo vizioso che peggiora le cose. Si può proporre come soluzione un farmaco che cura la malattia ma richiede tempo. Nella mia esperienza mi è capitato diverse volte di dire al paziente che ci vorranno almeno tre settimane perché la terapia cominci a funzionare. In alcuni casi, in pochi giorni si vedono miglioramenti significativi, perché si rompe il circolo vizioso a cui ho accennato prima.

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