L’ansia sociale

La paura degli altri

ANSIA SOCIALE

L’ansia sociale o fobia sociale è un disturbo ansioso che si manifesta  quando si viene a contatto con altre persone. L’ansia nasce e si alimenta per il timore di un giudizio negativo. Si ha paura di lasciar trapelare il proprio imbarazzo, di apparire ridicoli, di mostrarsi inadeguati, incapaci.

L’ansia o fobia sociale

La fobia sociale è un disturbo ansioso che si manifesta  quando si viene a contatto con altre persone. L’ansia nasce e si alimenta per il timore di un giudizio negativo. Si ha paura di lasciar trapelare il proprio imbarazzo, di apparire ridicoli, di mostrarsi inadeguati, incapaci.

Fobia sociale e timidezza

Questo disturbo ansioso non va confuso con la timidezza. La persona fobica ha paura di mostrarsi, di essere visto mentre si muove, mentre fa qualcosa anche di molto banale di fronte ad altri che guardano e giudicano. Il senso di vergogna e di imbarazzo che prova riguarda il suo corpo, la sua fisicità, il suo essere lì esposto allo sguardo degli altri, in tutta la sua goffaggine
Anche il timido ha paura del contatto  e prova vergogna e imbarazzo, ma soprattutto perché teme di lasciar trasparire sentimenti ed emozioni che vorrebbe nascondere. Il timido a volte e in una certa misura riesce ad affrontare la paura e a mostrarsi per quello che è, smettendo così di evitare. Sono noti casi di attori o in generale personaggi pubblici che recitano senza problemi di fronte a un pubblico, ma in privato sono schivi e si vergognano a parlare di sé.

Corpo ed emozioni

Nel timido la paura del contatto riguarda sopratutto la sfera affettiva. Nel fobico riguarda  il corpo, vissuto come irrimediabilmente goffo e ridicolo.
La convinzione che, esponendosi, andrà incontro a un giudizio negativo, è radicata in lui e ha la forza di un’idea ossessiva. Un’idea che razionalmente può anche contestare, ma a cui deve sottostare. Come diceva il grande Eduardo, a proposito di superstizioni : “Non è vero ma ci credo”. Si tratta di persone che difficilmente parlano di sé o esprimono opinioni personali (che sarebbero di sicuro contestate o ridicolizzate, così temono) e tendono a chiudersi, a ripiegarsi su se stesse.

Sentirsi nudi ed esposti agli sguardi

Di solito chi ha paura  del contatto sociale parla a voce bassa, non guarda negli occhi e spesso  arrossisce, si irrigidisce. Vorrebbe sparire, perché, come ha detto qualcuno, “si sente nudo in un mondo di esseri vestiti”.
La centralità del corpo si ritrova anche in disturbi apparentemente molto diversi, come la dismorfobia, l’anoressia,  l’ipocondria.

Evitare

La tendenza ad evitareil più possibile di trovarsi a tu per tu con gli altri è lo strumento di difesa per eccellenza come per le altre forme di fobia.  Anche in questi casi, l’intervento terapeutico dovrebbe contrastare  questa  tendenza a difendersi scappando. Efficaci risultano l’approccio cognitivo-comportamentale e quello strategico.

Che fare

La paura degli altri si differenzia per certi aspetti da una comune fobia. L’idea che l’altro ha sicuramente un giudizio negativo su di noi può diventare una convinzione radicata e irremovibile che richiama il partito preso del paranoico. Anche il paranoico è convinto di essere perseguitato al punto di rintuzzare qualsiasi tentativo di convincerlo che nessuno lo perseguita. Atti generosi, apprezzamenti da parte del persecutore sono interpretati come subdoli tentativi di negare l’ostilità nei nostri confronti, sono come un cavallo di troia che ci lusinga per poi colpirci.
C’è però un’importante differenza: mentre il paranoico si considera ingiustamente perseguitato o minacciato e ha di sé un’immagine integra, il fobico sociale si vede come goffo, incapace, inadatto, bacato nell’anima e nel corpo. Quindi è d’accordo con i suoi detrattori, con chi ha di lui una pessima opinione. Assomigli al personaggio de “Il castello” di Kafka che alla fine si convince di meritare la morte e sale sul patibolo.
Una tecnica che si usa in questi casi è il cosiddetto “come se”, le cui origini vengono fatte risalire a Blaise Pascal. Il grande predicatore esortava gli uomini di poca fede a frequentare la chiesa assiduamente anche senza crederci, perché così prima o poi sarebbe nata in loro la fede. Si chiede al paziente di immaginare come andrebbero le cose se gli altri che incontra avessero una reazione positiva nei suoi confronti. Il sottinteso è che non ce l’hanno, ma facciamo finta che ce l’abbiano. Poi si può passare dall’immaginazione ai fatti facendo in modo che il “come se” si realizzi in qualche situazione concreta.

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